“Il silenzio costituisce l’autentica conversazione tra amici. Quello che conta non è il dire, ma il non aver mai bisogno di dire” (Margaret Lee Runbeck).
Mi piace iniziare a parlare di questo film di Patrice Leconte del 2006 evocando qualche parola sull’amicizia: il regista infatti ne dedica un’intera opera.
Il protagonista, François, è un mercante d’arte che partecipando ad un’asta, colto da un impulso irrefrenabile, acquista, ad un prezzo spropositato, un antico vaso greco, la cui leggenda vuole che sia stato riempito dalle lacrime del suo proprietario, colto dal lutto di un caro amico. Il vaso raffigura l’amicizia tra Achille e Patroclo proposta nell’Iliade di Omero: due anime diverse, ma legate da un profondo sentimento. Sin dalle prime battute si comprede come questo prezioso oggetto non meriti di essere acquistato proprio da François, uomo di successo, sempre di corsa e incapace di sostare e dedicare del tempo all’amicizia. Eppure lì, in quell’asta pubblica, senza alcuna ragione apparente, sembra irrompere un desiderio, una forza che lo costringe a rialzare sempre di più il prezzo del vaso, quasi a non potersi permettere di lasciarselo sfuggire. Quel vaso, quella leggenda, quella storia sembrano toccarlo profondamente, ma senza riuscire a darsene una spiegazione, anche se ciò preannuncia il seguito del film e il destino di François. Continua a leggere »
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“Una vedova dovrebbe soffrire a lungo fino alla morte, contegnosa e casta.
Una moglie virtuosa che rimane casta quando suo marito è morto, va in Cielo.
Una donna infedele al proprio marito rinasce nel ventre di uno sciacallo”.
-Sacri Testi Hindi-
Water (2005), film della regista indiana, trasferitasi in Canada, Deepa Mehta è l’ultimo di una trilogia dedicata agli elementi primari della vita (Fire del 1997 e Earth del 1998).
Siamo all’interno si un ashram nell’India del 1938, quando il paese è ancora sotto il controllo della Gran Bretagna, dove vivono le donne rimaste vedove che, secondo la tradizione, sono costrette a stare in penitenza, poiché ritenute responsabili della morte del marito.
Protagonista è Chuyla, una piccola vedova di otto anni, lasciata dal padre nell’ashram. La bimba scalpita, urla, convinta che la madre un giorno verrà a riprenderla. La sua energia, il suo non comprendere queste assurde tradizioni e la sua ingenuità porteranno scompiglio nell’ashram, cambiando il destino di alcune di queste donne. Continua a leggere »
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Eravamo due bambini che saltavamo sul letto e in giardino, poi abbiamo assunto una posa e siamo diventati due mummie. Significativa battuta del film di Patrice Leconte – L’uomo del treno del 2002. La trama narrativa è quella di due persone: un vecchio e un adulto che s’incontrano casualmente. Uno previdente, l’altro un avventuriero, si scambiano parole, sguardi, lezioni di vita, desiderosi di imparare il punto di vista dell’altro, anche se il destino (o come lo si vuol chiamare) non ha permesso loro di essere persone differenti. L’uno, un anziano professore di letteratura francese, l’altro l’uomo del treno che scende ad una fermata; s’incontrano diventando l’uno confidente dell’altro, ciascuno per l’altro esempio di persona che avrebbe voluto essere e che non è potuta diventare. Li accomunano un appuntamento cruciale: quello del sabato che sta per arrivare. Infatti, Manesquier, il professore in pensione, sarà sottoposto ad un delicato intervento, mentre l’enigmatico Milan si accinge a preparare un colpo in una banca. Ma il destino è crudele: e nel battito d’ali finale un sogno liberatore per entrambi, quello della metamorfosi nell’altro.
E voi come siete: avventurieri o previdenti?
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“C’era una volta un giovane che sognava di ridurre il mondo alla pura logica e, siccome era un giovane molto intelligente, lui ci riuscì davvero. Quando finì il suo lavoro, si trasse indietro e l’ammirò: era bellissimo, un mondo purgato dall’imperfezione e dalle incertezze. Infinite lastre di ghiaccio, brillanti, estese all’orizzonte. Così il giovane intelligente guardò il mondo creato da lui e decise di esplorarlo. Mosse un passo avanti e cadde riverso sulla schiena. Vedi, aveva dimenticato l’attrito: il ghiaccio era liscio, uniforme e immacolato, ma non vi si poteva camminare. Così il giovane intelligente si sedette e versò lacrime amare. Ma come diventò un uomo saggio, riuscì a capire che rudezze e ambiguità non sono imperfezioni, ma sono ciò che fa girare il mondo. Voleva correre e danzare e le parole e le cose sparse sul suolo erano tutte rovinate e appannate e ambigue. Il vecchio saggio vide che quello era il modo di essere delle cose. Ma rimaneva in lui un che di nostalgico per il ghiaccio, dove tutto era radioso e assoluto e inflessibile. Anche se cominciava a piacergli l’idea del suolo ruvido, non gli era possibile viverci. Così adesso si trovava abbandonato tra terra e ghiaccio, in alcun luogo a casa. Questa la causa di tutta la sua pena”.
Film del 1993 di Derek Barman, ispirato al filosofo austriaco Lugwing Wittgenstein. Si sviluppa su un palcoscenico teatrale, dove spesso il protagonista parla con il suo alter ego: un extra terrestre verde. Film davvero bello, solo anche per l’aneddoto finale che ben rappresenta i tormenti dell’uomo.
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