Alice nel paese delle meraviglie
Il titolo originale è Alice’s Adventures in Wonderland, pubblicato nel 1865 dal matematico e reverendo Charles Lutwidge Dodgson, conosciuto come Lewis Carroll. Aldo Busi nell’introduzione alla sua traduzione del testo scrive: “E dunque che cosa sarà Alice se non un libro per adulti stufi di crescere per niente? Sarà il loro hula hoop che accerchia l’emozione dell’infanzia, la quale, come per quasi tutte le cose, la si possiede appieno quando è definitivamente perduta e diventa una vera esperienza quando si finisce per cominciare a immaginarsela. […] Questo è il libro che ci riconcilia con la disgrazia più irrimediabile della vita: non essere mai adulti e poi, improvvisamente, non essere più bambini”. Le avventure di Alice in fondo non sono altro che il risultato di un sogno all’ombra di un albero e nei sogni tutto è possibile: il paradosso, l’assurdo e il non-senso. Ed è interessante e, alquanto bizzarro, pensare che il libro sia stato scritto proprio da un matematico che ha così creato un mondo dove le consuete regole della realtà sono stravolte. Il viaggio della curiosa Alice inizia inseguendo un bianco coniglio che dal taschino del panciotto estrae un orologio, borbottando di essere in ritardo. Rincorrendolo, s’infilerà dentro la sua tana che improvvisamente si trasformerà in un pozzo, scivolando lentamente verso il centro della terra. Le pareti del pozzo sono alquanto strane: Alice vede scaffali, armadietti, carte geografiche, quadri tenuti da mollette per il bucato, vasetti vuoti con suscritto “marmellata d’arance”… Il lento scivolare lungo il pozzo preannuncia il mondo di stranezze che si troverà ad affrontare, dove anche le normali regole del linguaggio sono stravolte. Al momento del tè, esemplare è il dialogo con la Lepre Marzolina che propone ad Alice un goccetto di vino. Ma Alice, guardandosi attorno e vedendo che il vino non c’è, osserva: “Io non lo vedo, il vino?” “Bella scoperta, non c’è!” risponde la Lepre.
Lo stesso concetto di tempo è stravolto: c’è chi come il coniglio, sempre di corsa, è destinato a rincorrerlo, altri, come il Cappellaio Matto, destinati a vivere per l’eternità la cerimonia del tè, coltivando l’intimo desiderio di poter stabilire a proprio piacimento l’ora desiderata. Alice, attorno al tavolo del tè sbircia un orologio, osservando che misura dieci giorni al mese, ma non le ore del giorno. Si chiede perchè ed il Cappellaio le risponde: “E perchè dovrebbe? Il tuo orologio segna forse che anno è?” Inizia così una conversazione assurda sul tempo e il Cappellaio rimprovererà Alice di non conoscere il Tempo, come lo conosce lui: “E’ un lui, lui […] Lui non tollera di essere battuto. Invece, se fossi in buoni rapporti con lui, ti sistemerebbe le lancette secondo come ti gira. Per esempio, immagina che siano le nove del mattino, ora di cominciare le lezioni: basterebbe dirgli una parolina e via che le lancette si spostano in un batter d’occhio su mezzogiorno e trenta, pronto in tavola”. Alice, furbescamente, ribatte che potrebbe non aver ancora fame e il Cappellaio prontamente le risponde: “Non subito, forse, ma potresti tenerlo fermo su mezzogiorno e trenta finché ti pare”. Il Tempo per il Cappellaio è dunque un signore, una persona con le sue emozioni: tant’è vero che dopo una scaramuccia col Cappellaio, ora, il Tempo non vuole più fare niente e, per questo, sono sempre le sei, l’ora del tè. Verrebbe proprio da chiedersi in che rapporti ciascuno di noi è con il Signor Tempo?
Alice faticherà nel rapportarsi con questi bizzarri personaggi e la spiegazione di tutto (se così si può dire) sembra proprio venire dal Gatto del Cheshire con il quale la protagonista azzarda una domanda: “Che razza di gente abita queste parti?” E il Gatto le risponde: “Da quella parte abita un Cappellaio e da quest’altra una Lepre Marzolina. Va’ pure da chi ti pare: sono matti tutti e due”. Alice risponderà di non voler starsene tra i matti ed il Gatto: “Oh, non puoi evitarlo, noi qui siamo tutti matti. Io sono matto. Tu sei matta”. Ma Alice si ribella, provocando il Gatto e chiedendogli come fa ad essere certo di questo. Il Gatto le dirà che solo per il fatto di trovarsi qui, per forza di cose, anche lei è matta. Per Alice questa non è una spiegazione, ma non riuscendo a seguire il pensiero del felino gli chiede come fa ad avere la certezza che lui è matto. E così il Gatto prende come punto di riferimento i cani e, partendo dal presupposto che essi non sono matti, descrive il loro comportamento: quando sono arrabbiati ringhiano, quando sono contenti scodinzolano. Lui fa il contrario: ringhia quando è contendo, muove la coda quando è arrabbiato. Ergo è matto!
Sarà interessante scoprire come il prossimo 3 marzo 2010 Tim Burton ha reso cinematograficamente questo mondo fantastico.
Scritto in Libri
il film non è niente di paragonabile con questo capolavoro di libro
Pur amando i film di Tim Burton, credo sia molto difficile ricreare l’atmosfera costruita dal libro, inevitabilmente si perde qualcosa, chissà per ricavarne qualcos’altro… ma sono bramosa di andarlo a vedere. Penso anche che libro e film, essendo linguaggi diversi, siano governati da logiche differenti: come dire che il libro non è immediato come il film che usa le immagini. Per certi aspetti forse un film è più fruibile, mentre il libro richiede il saper attendere.