Wittgenstein
“C’era una volta un giovane che sognava di ridurre il mondo alla pura logica e, siccome era un giovane molto intelligente, lui ci riuscì davvero. Quando finì il suo lavoro, si trasse indietro e l’ammirò: era bellissimo, un mondo purgato dall’imperfezione e dalle incertezze. Infinite lastre di ghiaccio, brillanti, estese all’orizzonte. Così il giovane intelligente guardò il mondo creato da lui e decise di esplorarlo. Mosse un passo avanti e cadde riverso sulla schiena. Vedi, aveva dimenticato l’attrito: il ghiaccio era liscio, uniforme e immacolato, ma non vi si poteva camminare. Così il giovane intelligente si sedette e versò lacrime amare. Ma come diventò un uomo saggio, riuscì a capire che rudezze e ambiguità non sono imperfezioni, ma sono ciò che fa girare il mondo. Voleva correre e danzare e le parole e le cose sparse sul suolo erano tutte rovinate e appannate e ambigue. Il vecchio saggio vide che quello era il modo di essere delle cose. Ma rimaneva in lui un che di nostalgico per il ghiaccio, dove tutto era radioso e assoluto e inflessibile. Anche se cominciava a piacergli l’idea del suolo ruvido, non gli era possibile viverci. Così adesso si trovava abbandonato tra terra e ghiaccio, in alcun luogo a casa. Questa la causa di tutta la sua pena”.
Film del 1993 di Derek Barman, ispirato al filosofo austriaco Lugwing Wittgenstein. Si sviluppa su un palcoscenico teatrale, dove spesso il protagonista parla con il suo alter ego: un extra terrestre verde. Film davvero bello, solo anche per l’aneddoto finale che ben rappresenta i tormenti dell’uomo.
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