Tutti noi siamo anche banali oltre che supremi.


 

“Credo che farò musica fino all’ultimo dei miei giorni” - Jeff Buckley

12 Aprile 2009

Era il 26 Aprile 1991, nella chiesa di St. Ann’s Church di Brooklyn, Hal Willner, giovane produttore, organizza un concerto tributo in onore di Tim Buckley. Buckley è ormai morto da sedici anni e, negli ultimi anni della vita, la sua musica si era persa in sperimentazioni funk rock, ma, nel periodo che va dal 1966 al 1970, aveva scritto meravigliose pagine di musica e poesia e le anime più sensibili della sua generazione ne furono impressionate.
Willner riesce a contattare musicisti di New York devoti buckleyani come Richard Hell, Gary Lucas, Robert Quine, Syd Straw, ma il suo sogno è riuscire a coinvolgere Jeffrey Scott Buckley, l’unico figlio di Tim, nato dalla relazione con la pianista Mary Guibert. Jeffrey ha ventiquattro anni e, proprio in quel periodo, cerca di andarsene dalla California che gli è sempre stata stretta: ”Un paese di selvaggi, gente repressa nello spirito”. Cerca New York, ripercorrendo, per certi versi, i passi di suo padre molti anni prima e vi arriva un giorno del 1990. Viene rintracciato da Willner: non sarà facile convincerlo, egli non vuole essere associato a suo padre e dice di non conoscere nulla della musica paterna. Dopo molte insistenze accetta, ma pretende che il suo nome non venga inserito nella lista dei partecipanti. Non servirà: Jeffrey è la copia di suo padre, lo stesso spirito da fanciullo, gli stessi occhi smarriti, la stessa fragile figura. Sale sul palco e canta una sola canzone: I Never Asked To Be Your Mountain, che era stato il commiato di suo padre a sua madre. Jeffrey aveva pochi mesi e Mary, la sua giovane madre, avrebbe chiesto a Tim di rinunciare a qualcosa della sua carriera per crescerlo insieme. La canzone recita: ”Non so nuotare nelle tue acque / Né tu camminare sulle mie terre / Dovrò navigare da solo tutti i miei peccati / E scalare tutte le mie paure / E presto, subito spiccherò il volo”, Buckley si era rifiutato ed … era volato via, lui che non era una montagna per nessuno. Le sue strade lo avrebbero portato lontano da quel figlio … fasciato di amare storie e mal di cuore, mendico di un sorriso, anche uno solo.
Pochi giorni prima di morire, lo avrebbe rivisto una volta sola e quella ferita, mai sanata nell’anima di Jeffrey, ora diventa l’inizio della sua storia musicale come una vendetta, nei confronti del padre. Esce ancora alla fine ed intona, non senza commozione: … qualche volta mi domando, se anche solo per un attimo, ti ricorderai di me.
Lo show ai più passò inosservato e non porta fama a Jeff, ma qualcosa è successo ed è come se con quel debutto si fossero chiusi i conti con il passato. Jeff mette le radici a New York e proprio con Gary Lucas, conosciuto allo St. Ann, un chitarrista che aveva suonato nella Magic Band di Captain Beefheart, scrive le prime canzoni: Mojo Pin, Grace, Bluebird Blues.
Dicembre 1993 esce Live At Sin-E’: è un EP, ci sono 4 canzoni ed è il debutto discografico di Jeff Buckley. Subito dopo, nell’agosto del 1994, esce Grace il primo LP e sancisce la sua grandezza, tanto che il Rolling Stone parlerà di oscillazioni “fra metallo e angeli”.
Bob Dylan, Robert Johnson, Leonard Cohen, Morrissey, Thelonious Monk, Joni Mitchell, Led Zeppelin sono alcuni riferimenti per Jeff, ma non compare suo padre. Il pubblico invece vede proprio quello, come se ci fosse un fantasma che ritorna e che possa riprendersi un discorso interrottosi venticinque anni prima. Tim Buckley, infatti, aveva ventisette anni al momento del suo ultimo disco, la stessa età di Jeff, quando debutta con Live At Sin-E’. E’ questa attenzione morbosa che forse farà aspettare Jeff tre anni per dare seguito a Grace. Suona di frequente anche 100 spettacoli all’anno alternando performance da solo e in quartetto, acustiche ed elettriche, si esibisce in tutto il mondo, in tutte le principali città degli Stati Uniti, d’Europa, del Giappone, dell’Australia, della Nuova Zelanda. A Parigi vince il “Grand Prix du Disque”. All’inizio del 1997 torna al progetto di un album, si trova a Memphis negli studi di registrazioni dell’Easley Recording. E’ giovedì 29 maggio, sono circa le 21.00, e con il suo amico Keith Foti, usciti da un ristorante, decidono di fermarsi ad una banchina del porto. Jeff vuole fare il bagno sul Wolf River di fronte al Mud Island, l’aveva fatto altre volte ma Keith lo sconsiglia, Jeff non lo ascolta e si immerge. Keith si volta per spostare lo stereo che avevano con se e quando si gira non lo vede più. Lo chiama. Pensa ad uno scherzo di Jeff. Sono le 21.22. Il mattino seguente Buckley venne dichiarato morto presunto per annegamento. In seguito sua madre, Mary Guibert, diramò un comunicato: “E’ ormai chiaro che mio figlio non uscirà dal fiume con le sue gambe. Ora è il momento di celebrare una vita che è stata d’oro. Chiedo alla gente che voleva bene a Jeff di onorare la sua memoria e di essergli fedele, chiedo di mandare un semplice saluto a lui e a tutti noi che stiamo piangendo la sua scomparsa”.

Un sacco di volte mi sento come se non appartenessi a questo mondo.

- Per gentile concessione di Max Ishiwata -

Scritto in Musica

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la testa e la stanza

La testa: una stanza interna.

La testa: per pensare, emozionarsi, per portare con sé quello che ci circonda, quel che succede nelle altre stanze.

Nella stanza: del cinema (la grande o piccola sala), del teatro, della musica, le tante stanze nelle infinite parti del mondo.

La testa che incontra altre teste, in tante stanze.