Nella testa di chi?
Esco nuovamente da quella stanza: le lacrime rigano le mie guance, indosso grandi occhiali da sole, servono a proteggermi. Accendo il cellulare, ma non sono nella testa di nessuno. Decido così di investire il tempo osservando gli altri: vicino a me, al passaggio pedonale, un giovane adulto. Fa caldo, ma lui indossa un lupetto color grigio e sopra un maglione. Gli occhiali con la montatura nera circondano degli occhi azzurri. La fronte sudata. Cammina in modo goffo, i capelli color nero corvino, con sè due borse. Un po’ dietro di lui una donna anziana, la loro distanza non farebbe pensare ad una qualsiasi forma di relazione, se non per alcuni tratti del volto: sì, sono parenti, forse madre e figlio, in gita, chissà per quale motivo. Rallento il passo, il tempo, voglio stare dietro di loro, osservarli, spiarli, entrare nella loro vita. L’intuito non mi inganna e dopo qualche minuto il giovane adulto aspetta la madre anziana. Lei indossa un vecchio tailleur color senape, le collant e delle scarpe nere con un po’ di tacco. Non voglio dar nell’occhio, voglio essere invisibile, un passante chiunque e mi fingo interessata a maneggiare col cellulare.
Ma non sono nella testa di nessuno.
Lui le sorride, le dice qualcosa e s’avvicinano alla stazione. Il suo passo è più veloce di quello della madre e così, ad intervalli regolari, si ferma per attenderla.
Ma perchè non spicca il volo? Mi ritrovo così a far mio il passo della signora anziana, per vederli da dietro, rubare un pezzetto della loro vita, nutrirmi delle loro emozioni, dei loro silenzi, dei tentennamenti, delle incomprensioni, delle parole dette e non dette. Lui non è sposato, non ha potuto, ha sacrificato la sua di vita per stare accanto alla madre, malata. Ha sacrificato la sua giovinezza, i suoi occhi, il suo corpo: è grasso e poco aggraziato. Non può e non vuole essere bello: rischierebbe di attirare l’altra. Puzza ed è sudato!
Essere belli e curare il proprio corpo vorrebbe dire predisporsi allo sguardo altrui, ma lei è là, al semaforo, e lo attende. Povero disgraziato non ce la fa a correre, a liberarsene: di lei e del suo grasso che lo protegge. Dagli affetti si protegge e lei, lei lo sa. Ma perchè non corri? L’altra, forse, è arrivata è già al binario e ti aspetta. Liberati del tuo vestito di lana, del tuo grasso. Corro, vorrei correre io, lanciarmi su di lei e dirle di aspettarlo, sta arrivando, ma l’altra lo frena. Mio Dio, che rabbia, vorrei intervenire, vorrei prendere per mano il giovane uomo dai capelli corvino e gridargli che lei non potrà aspettarlo in eterno. Fremo, tremo e bramo per lui, per il suo tempo che corre, corre all’indietro, ancorato ad un passato stagnante. E lei, è là, che lo aspetta! Basta, devo intervenire… squilla il telefono: è lui, il mio uomo, e mi cerca. Finalmente sono nella testa di qualcuno.
Scritto in Pensieri di Alice