Il vento ci porterà via di Abbas Kiarostami
Film del 1999, ambientato in un paesino del Kurdistan iraniano, dove arriva un signore con alcuni compagni, dei quali non vedremo mai il volto. Il signore lo chiamano ingegnere ed è arrivato sino a qui per fare un réportage sui riti funebri di un’anziana, che, oramai, sembra dover incontrare la morte. Qui, le donne del paese, per esprimere il dolore, si graffiano il viso. I paesaggi sono dolci, ampi e lo sguardo lentamente vi si annega. Qualcuno disse che il cinema di Kiarostami purifica il nostro sguardo, come la natura, la montagna e il mare. La vita scorre lenta e al cotempo veloce, ma di una velocità diversa, rispetto a quelle a cui noi, occidentali, siamo abituati. Il tempo è scandito dal lavoro e dal procedere, non solo dell’uomo, ma anche della natura: il lavoro dello scarabeo e il passo lento, ma, inesorabile, della tartaruga. La morte si intreccia alla vita, accompagnate dalle parole della poetessa Forugh Farrokhzad: “Il vento e le foglie s’incontreranno nell’oscurità della notte… vivi ciò che hai e abbandona le promesse che l’eco della grancassa da lontano affievolisce…”.
Kiarostami si dimostra maestro dell’arte del non dire ciò che è intuibile, ovvio, ma essenziale.
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