Abbia cura di sé …e liberi pensieri
Questo il titolo che prende nome l’istallazione dell’artista Sophie Calle, all’interno del padiglione francese, alla 52° esposizione d’arte della biennale di Venezia.
Prendersi cura di sé: parole a me care, come una carezza, uno sguardo amorevole, un’attenzione particolare, se non fosse che riguardassero la fine di una mail, di un Uomo. Un uomo che, attraverso lo strumento della mail, lascia, separa, trancia, interrompe, taglia una relazione, d’amore. Che vuol dire allora quel monito “Abbia cura di sé” detto da quell’Uomo che nel presente diventa la causa della tragedia?
Il dolore acceca, rende poco obiettive e allora ci si rivolge ad un esercito, ad un esercito di donne. Non per guerreggiare, che faccia la sua di strada, lui… noi dobbiamo prenderci cura di noi. No, non cadendo nuovamente tra le braccia di un altro uomo. Meglio, stavolta, rivolgersi alla complicità femminile, andare sul sicuro, affidarsi a loro, ma non ne bastano due, tre, quattro, cinque… il dolore è troppo, fa male e si vuole urlare al mondo la propria disperazione.
Centosette. Sì, centosette donne dovrebbero bastare: è il numero perfetto! Donne scelte per il lavoro che fanno: badanti, scrittrici, puttane, impiegate, poetesse, manager… la prospettiva dev’essere ariosa, ampia per capire, elaborare quel lutto. Sì perché è un lutto ogni separazione. Anche piccola, si sale in un treno, si parla, ci si scambiano degli sguardi, sfuggevoli - non sia mai che mi metta a guardare un estraneo - e poi ognuno scende in una stazione diversa, o magari la stessa, ma le strade si dividono… mio dio che fatica.
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