Il rito: da Dioniso a Bergman
Il rito, film del 1967, del regista Ingmar Bergman, è stato trasmesso alla TV svedese nel 1969.
L’inizio: una lente d’ingrandimento, impugnata da un giudice – censore, per indagare e sondare tra le pieghe più oscure della Vita e della Finzione di tre attori. Loro - Thea, Sebastian e Hans - sono ricchi e famosi, indagati per la presunta oscenità di uno spettacolo inscenato.
Il giudice mosso da una curiosità voyeurista cerca di entrare nella vita privata e pubblica di queste anime, corrotte, portando a galla la triangolazione amorosa che li vede impegnati. Thea, infatti, è divisa tra l’amore coniugale per Hans e l’amante Sebastian.
Il piano sarà immediatamente ribaltato, quando saranno gli stessi attori a innescare nel giudice un processo alla sua persona, che sarà punita con la morte. Una morte che lui stesso decreta, nel momento in cui chiede che la recita sia riprodotta alla sua presenza.
Solo allora si scoprirà che il famigerato spettacolo non è altro che una rielaborazione di antiche celebrazioni dionisiache. Rituali che permettevano, in passato, di purificare l’anima e che permettono, ora, a Thea, Hans e Sebastian di purificare, ogni sera, la loro.
Il giudice, invece, nel corso dell’indagine viene travolto dagli impulsi meno nobili, mostrando la sua pochezza. E’ come se, attraverso la morte, venisse punito, per essersi atteggiato a colui che, con presunzione, condanna o assolve la creazione e la creatività artistica.
E’ un film dai dialoghi serrati, con solo quattro attori, più uno nelle vesti di confessore, di cui s’intravede solo il profilo del volto: è il volto del regista.
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