“Il volto” Ingmar Bergman (Svezia, 1959)
Siamo nel XIX secolo e una compagnia capeggiata dall’illusionista dottor Vogler è costretta ad esibirsi nella casa di un console, alla presenza di un esponente della polizia e di un medico, il dottor Vergerus. La compagnia si definisce “medico – ipnotica”, anche se in realtà vende suggestioni e filtri magici. Il dottor Vergerus ha il compito di scoprire la presunta illegalità dei metodi di Vogler. Si instaura così, sin dall’inizio, una dialettica tra Vergerus, rappresentante la razionalità medica, e Vogler, seguace dell’inesplicabile, dell’irrazionale, di ciò che non può essere detto a parole, tant’è vero che Vogler, a rappresentanza di ciò, finge di essere muto. Uno dei temi su cui si erge il film è l’incontro – scontro tra razionale e irrazionale, tra fede e ragione, tra realtà e finzione. Il titolo è emblematico: i volti di Vogler e della moglie sono camuffati, truccati, finti, proprio per reggere il gioco della finzione. Sarà la paura e la necessità a rivelare la loro identità e la loro verità. L’improvviso lieto fine mette a tacere ogni quesito, ogni interrogativo lasciando irrisolto il dualismo tra verità e finzione, tra realtà e metafisica.
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