Film del 2002 di Julie Taymor, vincitore di due premi oscar (miglior colonna sonora e miglior trucco). Narra la vita della pittrice messicana Frida Kahlo (6 luglio 1907 - 13 luglio 1954), il suo amore tormentato con l’artista Diego Rivera, il suo impegno politico, le sue rivoluzionarie relazioni sessuali, la sua arte, ma, soprattutto, quello che mi ha colpito della storia di questa donna è stata la capacità di sopportare il dolore fisico, in seguito ad un incidente in autobus. Nell’incidente, avvenuto quando Frida aveva diciotto anni e stava tornando da scuola, il suo corpo ne esce duramente ferito: uno scorrimano le trafigge la schiena, procuradondole una frattura in tre punti, il piede destro viene spezzato e il bacino schiacciato. Questo la condannerà, oltre che a soffrire, a non poter diventare madre. Dopo essere stata dimessa dall’ospedale, è costretta, per molto tempo, a rimanere ferma nel letto, con un gesso al busto. Inizia a leggere e a dipingere e il primo quadro rappresenta il suo piede, una delle poche parti del corpo che riesce a vedere. La speranza che ritorni a camminare è esigua, ma la sua volontà, la sua forza e i numerosi interventi chirurgici - trentadue - fanno sì che possa riprendere possesso delle proprie gambe. Tuttavia, sino alla morte, dovrà convivere con un forte dolore fisico che non ostacola il suo desiderio di vivere, di innamorarsi, di appassionarsi. In pubblico è una donna forte, sorridente, eccentrica, rivoluzionaria, ironica e sensuale, attraverso la pittura rappresenterà la tristezza, il dolore (del corpo e dell’anima), la disperazione, ma anche la forza e la voglia di vivere. Con le sue parole: “Pensavano che anche io fossi una pittice surrealista, ma non lo sono mai stata. Ho sempre dipinto la mia realtà, non i miei sogni”.
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E’ proprio di questi giorni la notizia che la Commissione Affari Esteri del Senato negli Stati Uniti ha votato una mozione che chiede al presidente americano Barack Obama di considerare “genocidio” il massacro di circa un milione e mezzo di Armeni da parte dell’Impero ottomano, avvenuto tra il 1915 e il 1917. Questa mozione ha causato degli incidenti diplomatici tra Usa e Turchia, la quale non considera genocidio premeditato i morti di quel periodo, ma conseguenza di una guerra civile.
La masseria delle allodole (2007) di Paolo e Vittorio Taviani è un film ispirato all’omonimo romanzo di Antonia Arslan (2004) e parla proprio di questo massacro. Al di là di tutto, è un film che porta, inevitabilmete, ad interrogarsi sul senso dell’odio e della guerra. E’ la storia di una famiglia armena che vive in un paesino della Turchia. E’ la storia di un amore impossibile tra una bella e giovane armena ed un soldato turco, appartenente al movimento politico dei Giovani Turchi. L’odio nei confronti di questo popolo sembra essere nato dal timore che gli Armeni potessero allearsi con la Russia, considerata nemica. Il 24 aprile del 1915 a Costantinopoli vengono arrestati i primi Armeni, ciò sarà seguito da terribili massacri che vengono tragicamenti narrati nel film. Tutti gli uomini vengono uccisi, anche i bambini e le donne costrette a camminare per giorni e giorni sino alla morte. E’ un film che ci aiuta a conoscere, a ricordare e a farci un’idea su un capitolo di storia non così noto.
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Film del 2004 diretto da Alejandro Amenábar, il titolo italiano è Mare Dentro. Parla di una storia vera, realmente accaduta a Ramón Sampedro che, all’età di venticinque anni, in seguito ad un tuffo in mare mal calcolato, è costretto a rimanere immobile in un letto, perchè diventato tetraplegico. Dopo ventotto anni trascorsi così, decide di intraprendere una battaglia legale, sostenendo il suo diritto di morire: così come esiste il diritto ad una vita dignitosa, lo stesso deve valere per la morte, affermando che la vita è un diritto, non un dovere. Trattasi di un film che porta lo spettatore ad interrogarsi sul difficile rapporto tra vita e morte. Ramón non giudica chi, nella sua stessa condizione, desidera vivere e, dunque, non vuole che gli altri possano giudicare la sua scelta. Due donne, tra loro profondamente diverse, lo aiuteranno: Julia, un’avvocatessa, lei stessa afflitta da una malattia neurodegenerativa, deciderà di accompagnarlo in questa battaglia legale. E poi c’è Rosa, una donna semplice, che gli porgerà l’ultimo bicchiere con la dose micidiale di veleno. Entrambe le donne s’innamoreranno di Ramón, ma lui parlerà d’amore, solo legando questo sentimento alla sua determinazione a morire. I momenti più belli del film riguardano gli unici viaggi che Ramón può fare, quelli attraverso la fantasia, che lo condurranno verso quel mare, origine di vita e di estrema sofferenza, desiderando ardentemente ricongiungersi con quel mare in un addio finale. Continua a leggere »
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E’ con questa epigrafe che si conclude il film diretto da François Truffaut La signora della porta accanto del 1981. E’ la storia di un’amour fou tra tra la bellissima Mathilde (interpretata da Fanny Ardant) e l’istintivo Bernard (interpretato da Gérard Depardieu): entrambi felicemente sposati, ma, ahimè, il destino gioca loro un brutto scherzo, poichè si ritrovano ad essere vicini di casa. Otto anni fa furono amanti, ma già allora la loro fu una storia che non poteva durare. La passione si riaccende, iniziano gli incontri clandestini, le menzogne ai rispettivi coniugi, gli avvicinamenti e i disperati, ma invani, tentativi di allontanarsi l’uno dall’altra, fino a che Bernard, colto da una follia improvvisa, renderà pubblica la storia. Costretti, dunque, ad ammettere ai rispettivi partner di essersi già incontrati in passato e di essere stati amanti, tenteranno di non vedersi più e di rimprendere possesso delle loro vite. Tutta la vicenda viene narrata da un’osservatrice discreta ed empatica, madame Jouve, anche lei, a sua volta, vittima di un disperato amore, tanto da tentare un suicidio, che ora la costringe ad aver bisogno di un bastone per camminare. Ma madame Jouve, in fondo, è riuscita a sopravvire e a contrastare quella passione e, quando l’antico amante si rifà vivo, lei decide improvvisamente di andarsene, per non incontrarlo. Invece Mathilde, nonostante sia consapevole della distruttività contro se stessa cui sta andando incontro e che porterà lei e Bernard alla rovina non riesce a liberarsi da quella passione. Farà dei tentativi disperati di chiedere al marito che la protegga, ma nulla servirà. Nell’ultimo scambio d’amore Mathilde ucciderà prima Bernard e poi se stessa, perchè è impossibile vivere: né con te, né senza di te.
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